dic
16
dom
GATTO CON GLI STIVALI
dic 16 @ 17:00 – 18:30

Gatto_Locandina

adattamento e regia

Domenico Bravo

con

Domenico Bravo

Eletta Del Castillo

Danila Laguardia

 

 

 

 

Il gatto con gli stivali è una delle favole che ha subìto innumerevoli variazioni nel corso dei secoli. A partire dalla novella dello Straparola (La gatta), passando per il Basile (Cagliuso), Perrault (ad oggi la versione più nota), i fratelli Grimm, Tieck, fino a Tofano, Kastner, Carter, Ross, Pullman. A differenza di quest’ultimo, le caratteristiche principali del gatto dei succitati autori sono l’astuzia e la particolare capacità di tessere inganni a favore del padrone.

Nella versione teatrale qui presentata, seppure tali peculiarità permangano, esse sono animate da un profondo amore del felino verso il ragazzo che lo ha allevato e nutrito, quel figlio del defunto mugnaio cacciato di casa dai fratelli maggiori perché considerato, insieme al suo animale, del tutto inutile. Il nostro gatto, pertanto, è mosso da immensa gratitudine e gli inganni architettati non procurano danno se non a chi meriti davvero di finire sotto le grinfie della sua illimitata intelligenza. A volte, quella che sembra la cosa più misera è invece la più preziosa. Così il gatto è per il mugnaio un’idea di salvezza, di riscatto, è il suo personale ingegno, l’istinto di sopravvivenza non ereditato, ma frutto di grandi sforzi. Non è più la fortuna, quella che aiuta gli audaci, la volontà e l’intelligenza si aiutano da sé. Basta avere una visione lucida della situazione e un po’ di inventiva.
Nell’adattamento, oltre al ben noto intreccio, sono presenti motivi tipici di altre fiabe (come il rapimento e la ricerca dell’amata) e cenni provenienti sia dalle numerose rielaborazioni letterarie della storia, sia da fonti cinematografiche, come il pelo rosso del gatto che tiene compagnia ad Audrey Hepburn in Colazione da Tiffany (ma si dice che fosse rosso anche il gatto di Shakespeare e rosso era sicuramente il gatto di Churchill), e il nome Figaro, che è quello del gatto di Pinocchio nell’animazione realizzata da Walt Disney. Il nome non può che evocare suggestioni rossiniane: non è un caso che i temi musicali presenti nello spettacolo siano tratti perlopiù dal repertorio del compositore italiano (Duetto buffo tra due gatti, il barbiere di Siviglia, la gazza ladra).
Lo spettacolo è un vivace gioco metateatrale in cui risulta evidente il rapporto d’amicizia fra il protagonista e il ragazzo, una relazione di intimità e fiducia profonda rappresentata in modo vivido, tenero e gentile; ma è anche una fantasmagoria di invenzioni e artifici scenici, una mescolanza di generi (teatro di parola e di animazione, acrobatica, danza, canto), nonché un gioioso carosello di costumi e scenografie che intendono omaggiare, con minuscole macchine sceniche, riproduzione in scala di ambienti, trine, parrucche e merletti, la spettacolarità barocca.

gen
6
dom
DI SOGNI, VIAGGI E MERAVIGLIE
gen 6 @ 17:00 – 18:30

Locandina Di Sogni....

DI SOGNI, VIAGGI E MERAVIGLIE Colapesce, Giufà… … ed altre amenità

 

fiabe della tradizione siciliana raccolte e trascritte da Italo Calvino

drammaturgia e regia di Domenico Bravo

con Danila Laguardia Viviana Lombardo Antonio Raffaele Addamo Domenico Bravo

scene e costumi di Domenico Bravo

musiche di Danny Elfman

 

 

 

 

1. Presentazione
Proporre oggi uno spettacolo interamente dedicato alle antiche fiabe siciliane, potrebbe sembrare anacronistico. Ma proprio per il fatto che quelle che presentiamo sono storie non note al grande pubblico, riteniamo che questo lavoro possa dare un contributo alla loro divulgazione ed a mantenerne viva la memoria. I testi utilizzati sono stati raccolti e trascritti da Italo Calvino che ha recuperato lo spirito originale dei racconti e li ha fissati in una forma elegante e raffinata. Il dialetto originario è citato e funge da eco permettendo di inquadrare geograficamente i testi. Il fiabesco è insieme l’inesauribile specchio e la sorgente eterna di narrazioni e rappresentazioni del mondo e del cambiamento umano.

2. Note di regia
La scelta di queste fiabe è stata dettata, oltre che per il recupero della tradizione (orale, letteraria e fiabesca), che ad ogni piè sospinto incassa i colpi di una modernità che la considera troppo lontana o poco necessaria (nonché appannaggio esclusivo di studiosi ed esegeti), anche e soprattutto per il fatto di offrire innumerevoli possibilità di gioco. E gioco è la parola chiave del lavoro proposto. Come ha scritto Johan Huizinga, “il gioco è innegabile. Si possono negare quasi tutte le astrazioni: la giustizia, la bellezza, la verità, la bontà, lo spirito. Si può negare la serietà. Ma non il gioco1”. Il gioco inteso come atto libero ma specialmente momento della salute sociale, in un tempo in cui ‘giocare insieme’ è diventata un’espressione pressoché antiquata, fuori tempo, e il gioco sempre più un atto solitario (cellulari, videogiochi e chi più ne ha più ne metta), privo di scambio e di crescita. Il gioco visto perciò come “momento della

1 HUIZINGA, J., Homo ludens, Einaudi, Torino 1973, pp. 3-6.

massima funzionalità in cui la società fa, per così dire, marciare il motore in folle, per pulire le candele, disingolfarsi, scaldare i cilindri, far circolare l’olio, tenersi in assetto2.” I quattro attori in scena, clochard ironici e clowneschi, immersi in un luogo colmo di oggetti privi ormai di qualsiasi utilità per la gente comune3, incoraggiati da quello che solo alla fine si scoprirà essere Giufà, giocano a essere “vecchi e bambini, principi e principesse, re e regine, maghi, cavalieri, briganti, topi, draghi, uomini pesce e tanto altro ancora4”, in un gioco teatrale in cui si dipaneranno storie (Caterina La Sapiente, Rosmarina, Il vitellino con le corna d’oro, Sfortuna, Cola Pesce e Giufà) che si inseguono e si intrecciano senza soluzione di continuità. Entreranno e usciranno continuamente dai loro ruoli per concedere divertenti interruzioni, in un tripudio di inventiva in cui ciascun oggetto riacquista una vita e una necessità, perdendo ogni caratteristica reale per assumere via via gli attributi dell’immaginario, oggi troppo spesso messo a tacere a favore di una corsa all’ovvio… e al modello all’ultimo grido! Così, nello spettacolo, uno stendibiancheria diviene la ringhiera di un balcone, delle casse da frutta una locomotiva e i suoi vagoni, uno sturalavandini è uno scettro, un bidet il trono di una regnante e decine di sacchi per la spazzatura legati insieme l’oceano di Cola Pesce.

3. Il cast
Il regista, gli attori, ed i tecnici sono tutti artisti siciliani di comprovata esperienza che vantano lunghe collaborazioni con enti pubblici e privati che operano nel campo della prosa, della musica, del cinema e della radiotelevisione: Danila Laguardia, Viviana Lombardo, Antonio Raffaele-Addamo e Domenico Bravo.

4. Le musiche
Selezionare le musiche di uno spettacolo o di un film è impresa ardua, che il più delle volte porta ad un accumulo incoerente e solo ‘di effetto’. Per il nostro lavoro abbiamo scelto di concentrare la nostra attenzione su un singolo compositore, Danny Elfman, autore di numerose colonne sonore di film (in particolare di Tim Burton, regista, fra gli altri, di Edward Mani di Forbice, Batman, Nightmare Before Christmass, La fabbrica di cioccolato, La sposa cadavere, Alice In Wonderland, ma anche di temi famosi come quello de I Simpson), un compositore dotato di una inconfondibile cifra stilistica, le cui musiche ariose e sgargianti, allegre e grottesche, ma anche cariche di intimità e poesia, ci sono sembrate del tutto pertinenti al carattere dello spettacolo.

2 ECO, U., Introduzione a J. HUIZINGA, Homo ludens, cit., pp. XVIII-XXV. 3 Ovvero, ordinaria, che è l’opposto di straordinario, sbalorditivo, bellissimo e favoloso. Cioè, matto. 4 Dal copione dello spettacolo.

gen
27
dom
SEGNI DI MANI FEMMINILI
gen 27 @ 17:00 – 18:30

SEGNI-Locandina-2017-2.odp-Ripristinato-1

Con

Nunzio Bonadonna

Micaela De Grandi

Valentina Ferrante

 

 

Soggettiva video Alessandro Aiello e con la partecipazione in video di Nellina Laganà

Regia Micaela De Grandi Valentina Ferrante
Sonorizzazioni Cane Capovolto
Costumi Anna Maria Patti
Elementi scenici Nunzia Capano Michele De Grandi

 

Lo spettacolo Segni di mani femminili dipinge un ritratto della comunità ebraica che popolò la Sicilia a partire dal IV° secolo d.C. fino alla cacciata del 1492. Uno spaccato di vita, sconosciuto ai più, che appartiene alla nostra terra ma del quale restano pochissime tracce. Eppure gli ebrei, a cui erano affidati principalmente i mestieri legati al “vile” denaro, erano alla base dell’economia dell’isola e la loro cacciata ne segnò il repentino declino. Singolare e curiosamente moderna era la condizione delle donne. In una società di tipo patriarcale, esse affermavano comunque il loro diritto all’indipendenza e all’istruzione. Donne capaci di gestire interi patrimoni, di decidere delle loro nozze e di svolgere molte professioni, soprattutto quella medica. Donne che lasciarono un segno, silenziosamente avanti. Tra le tante storie femminili scopriamo allora quella di Virdimura, ebrea, licenziatasi dottoressa in medicina a Catania nel 1376, che dichiarò pubblicamente il suo intento di curare i più poveri e bisognosi. Virdimura sboccia come un piccolo fiore rivoluzionario nel cammino di sangue e fuoco del popolo ebraico. Angoscia e speranza si nutrono l’una dell’altra disegnando questa “silenziosa rivoluzione”. Attraverso il racconto della vita di Virdimura si affronta inoltre il tema attuale della diversità, condannando gli integralismi di tipo religioso e restituendo dignità agli esseri umani qualunque sia il loro credo. “Siamo come parti diverse dello stesso corpo” Perseguitati nei secoli perché “condannarono” Cristo, bruciati e depauperati delle loro ricchezze, in nome di un’intolleranza che, purtroppo, non si sarebbe fermata ed avrebbe ancora dovuto raggiungere il suo apice di disumanità nei campi di concentramento nazisti, gli ebrei sono l’esempio primigenio di come la diversità fomenti l’odio e sia motivo di paura. Lo spettacolo, interpretato dagli attori Nunzio Bonadonna, Micaela De Grandi e Valentina Ferrante, che si esprimono attraverso vari linguaggi teatrali (teatro classico, contemporaneo e di ricerca, commedia dell’arte, pantomima, danza, teatro delle ombre) si avvale anche del prezioso contributo audiovisivo realizzato ad hoc dal video maker ed artista Alessandro Aiello e dell’efficace presenza in video dell’attrice Nellina Laganà.

Durata dello spettacolo: 60 minuti Link dello spettacolo: https://youtu.be/uReJbAywzTQ

feb
16
sab
FUORI DAGLI SCHERMI
feb 16 @ 17:00 – 18:30

img19

ideazione e Regia

Ferrante\ De Grandi

con

Pietro Casano

Micaela De Grandi

Valentina Ferrante

 

 

 

 

Quanta televisione, internet e quanta irrealtà vengono propinati ai bambini di oggi pur di farli star buoni davanti ad uno schermo, isolandoli e spegnendo la loro fantasia? “Fuori dagli schermi” racconta la storia di Gigetto, un bambino a cui importa poco studiare e confrontarsi e che passa il suo tempo davanti agli schermi di casa, guardando programmi spesso poco adatti alla sua età. E se un giorno mettendo in ordine la soffitta, tra gli scatoloni, saltassero fuori tanti personaggi bizzarri? Lì Gigetto, accompagnato da Samantha Reality, personaggio bislacco ed ignorante, proiezione del suo immaginario mediatico scoprirà infatti il “mondo dei giocattoli”, così ricchi di storie interessanti, con cui tessere dei legami importanti, con cui mettere in gioco la fantasia fino a sminuire pian piano, i miti televisivi. Tra gare di grammatica con il coinvolgimento del pubblico, in compagnia dei colti topolini che animano la soffitta, tra musica, poesia e danza qualunque piccolo uomo si sveglierebbe dall’isolamento in cui i nuovi marchingegni elettronici ci relegano. Alimentare la creatività e la condivisione (col gioco, con la lettura, con l’arte) è la sfida che oggi in una società altamente social e mediatica, ci si pone per “recuperare” il senso della collettività e della comunicazione reale e non virtuale, la conoscenza e il rispetto del “passato” (incarnato qui dai vecchi giocattoli), quello scambio di idee ed emozioni che si crea solo attraverso il contatto con altri occhi, altre mani, altre anime. Valentina Ferrante e Micaela De Grandi 

BANNED THEATRE

nasce a Catania nel febbraio del 2014 dalla collaborazione di artisti provenienti dalla Sicilia e dalla Puglia, e dopo quattro laboratori (“7 CALCI IN CULO“, “THE MANHATTAN PROJECT”, “DIZIONE E PUBLIC SPEAKING”, “LABORATORIO DI VOCE ED IN-CANTO CONSAPEVOLE”), ha già all’attivo le seguenti produzioni teatrali: la mise en espace “STORIA DI UNA CAPINERA” (per “Una notte al Museo” progetto del Comune di Catania); “DOSTOEVSKIJ CARNAVAL” (Roma Fringe Festival 2014, Cortile Platamone di Catania) tratto da “Dostoevskij trip” di Vladimir Sorokin, scrittore russo bandito da Putin; lo spettacolo sullo scrittore catanese Ercole Patti “LA VIE D’ARTISTE RACCONTATA DA MIA NIPOTE” (Castello Ursino, Catania); “SEGNI DI MANI FEMMINILI”, storia delle comunità ebraiche in Sicilia nel medioevo, scritto e realizzato nel 2015 per I ART al Palazzo della Cultura di Catania e rappresentato a Siracusa in rassegna estiva 2015, al Teatro Lelio di Palermo, al Teatro Margherita di Caltanissetta nella stagione 2015/2016, vincitore del Premio Nazionale Città di Leonforte 2016 “Gradimento del Pubblico”; LYSISTRATA che ha debuttato al CalatafimiSegesta Festival – Dionisiache 2016, in tournèe presso i Teatri di Pietra Sicilia 2017 e al Teatro Arcobaleno di Roma; “STUDIO PER CARNE DA MACELLO” in coproduzione con il Teatro Stabile di Catania; LE NUVOLE in prima assoluta per il Calatafimi Segesta Festival – Dionisiache 2017; LA FESTA DELLE DONNE, che ha debuttato al Calatafimi- Segesta Festival – Dionisiache 2018. La missione della compagnia punta alla creazione artistica in più forme, soprattutto quella teatrale, trovando nei suoi artisti le peculiarità più differenti e le competenze idonee alla divulgazione culturale con l’obiettivo concreto, date le esperienze internazionali, di portare il proprio lavoro a misurarsi col pubblico delle diverse nazioni. La connotazione artistica del gruppo è volta alla ricerca ed alla conoscenza delle culture di tutto il mondo, cercando nelle letterature di ogni latitudine, nelle musiche di ogni paese, nella cultura dei popoli più lontani, oltre che nella propria, la fonte della sua creatività. Questo si traduce nella scelta di testi di prosa da rappresentare molto rari, anche inediti o inediti in Italia, di autori banditi ed allontanati dalla propria nazione, tradotti in altre lingue, o testi scritti dai membri stessi della compagnia durante la loro ricerca, parlando sempre una lingua propria ed originale. La formazione e la ricerca sono i pilastri del progetto Banned Theatre.

Contatti Banned Theatre:

Web

Facebook

 

feb
24
dom
TERRA CHIAMA UOMO
feb 24 @ 17:00 – 18:30

Terra chiama uomo

scritto e diretto da

Domenico Bravo

con

Domenico Bravo

Eletta del Castillo

Danila Laguardia

 

 

 

Qualcuno ha detto che l’uomo ha ormai superato l’orlo del baratro e che da questo momento dovrà solo concentrarsi su come affrontare la discesa. Parlare, oggi, di ambiente è più che mai necessario. Lo è elaborare un discernimento etico rispetto all’attuale crisi ecologica. Il teatro, dove ogni parola è voce che si fa corpo e anima, carne e sangue, dove ogni respiro è un pensiero e ogni gesto un fendente all’inerzia e al disinteresse, è il luogo ideale a tale scopo. Su un palcoscenico vuoto, metafora del doloroso e sconcertante senso di mancanza di rispetto e coscienza dell’uomo irresponsabile, si muovono e parlano tre personaggi, che altro non sono che i tre elementi costitutivi del pianeta chiamato Terra. Lo fanno senza retorica, con la leggerezza che è propria degli animi puri, ricordando un passato glorioso al quale guardano con occhi da fanciullo, abbandonandosi a tenere e vivaci fantasie, mentre il presente – dove il biossido è alle stelle, la plastica ha dato vita a un nuovo continente galleggiante e l’edilizia, per quanto oscena, s’innalza tuttavia – si fa sentire con tutto il suo carico di cinismo e indifferenza, aprendo le porte a spiragli di futuro tutt’altro che rosei. Ciononostante, il senso dell’umorismo non abbandona i nostri protagonisti. In un passo del testo, Aria si lamenta di non riuscire più a cantare senza che il pm10 le si attacchi ai bronchi (e giù con la tosse e un affanno che non ti dico); in un altro Terra dice che, nonostante il pianeta sia nel mezzo del cammin della sua vita, si sente addosso più dei due terzi dell’esistenza dell’universo intero; mentre acqua, in un momento acuto di irritazione e scontento, dichiara di trovarsi nel bel mezzo del ciclo… il ciclo dell’acqua, appunto. Nel corso della commedia (sì, perché a dispetto dell’argomento trattato, lo spettacolo è una commedia, quantunque la conclusione non sia del tutto assimilabile a un lieto fine), si parla di prodotti fitosanitari, diossine, metalli pesanti, di microplastica e idrocarburi non combusti, di piogge acide (tutte le volte che acqua piange), ma anche dell’ alicanto, la fenice e l’ippogrifo, creature straordinarie scaturite dall’immaginazione dell’uomo prima che partorisse quelle gigantesche libellule bullonate chiamate elicotteri. Acqua Siamo la chiave dell’armonia delle cose e del cosmo. Aria Siamo il vostro presente. Acqua Confidiamo in voi. Terra Siate il vostro futuro.

È così che si conclude lo spettacolo, con una richiesta di soccorso, un SOS che, da Safe Our Souls, rischia tragicamente di mutarsi in un poco consolatorio sopravvivi o soccombi.

 

 

mar
8
ven
DONNE D’AMORE UCCISE
mar 8 @ 21:00 – 22:30

locandina donne regia di Giuditta Lelio

con

Danila Laguardia

Micaela De Grandi

aiuto regia

Valentina Enea

 

 

 

 

 

 

Donne d’amore uccise è uno spettacolo ideato e diretto da Giuditta Lelio che affronta questa dolorosa prova di scrittura attraversando un percorso difficile e spaventoso, consapevole però che lo deve fare, perché il teatro è da sempre chiamato a testimoniare la “verità” e a tenere desta l’attenzione dell’opinione pubblica affinchè ognuno di noi combatta la battaglia civile contro il femminicidio. Vuole così entrare nella trama dei fili intrecciati del complesso universo femminile, viaggiando nella letteratura di tutti i tempi: dalla tragedia greca di Sofocle all’Otello di Shakespeare fino ad arrivare agli articoli di cronaca attuali. La donna è stata ed è oggetto di prepotenze, soprusi, oppressioni e violenza di ogni tipo, considerata da certi maschi, ma non dagli uomini, un bene di proprietà esclusivo. Sul palcoscenico, in controluce, l’ombra di un uomo e, al centro della scena, a dividere i due pianeti, il maschile e il femminile, un abito da sposa bianco e bellissimo, archetipo dell’inconscio collettivo, memoria culturale insita nel DNA di tutti, legato all’immaginario femminile della vita di coppia, dall’unione, dell’appagamento emotivo dell’innamoramento, della passione e dell’ incarnazione dell’amore. Per raggiungere l’apice di questa felicità tanto agognata e immaginata da sempre, può illudersi di poter costruire il suo sogno e la sua relazione perfetta anche con l’uomo sbagliato. Due donne sul palcoscenico daranno voce alle voci soffocate di altre che non possono più denunciare l’uomo che manca di rispetto, che è ossessionato dalla gelosia, che denigra per distruggere l’autostima, che toglie la libertà di esprimere i pensieri, che distrugge le relazioni affettive preesistenti, che usa violenza per dimostrare il suo potere assoluto.

La salvezza delle donne passa dalla formazione, dall’educazione sentimentale per affinare un nuovo senso: la percezione del pericolo per allontanarsi fin dalle prime subdole provocazioni. La salvezza è lavorare sulla personalità delle donne che con la pancia e l’intuito devono fare un percorso al contrario: costruire un sé nuovo, forte e consapevole, capace di riconoscere il sentimento positivo, sapendo che un’unione non è mai un vincolo indissolubile e che l’amore non è una dipendenza affettiva ma libertà.

apr
14
dom
LA PAZZIA DI ORLANDO
apr 14 @ 17:00 – 18:30
LA PAZZIA DI ORLANDO @ Palermo | Sicilia | Italia

VISITA GUIDATA ALLA MOSTRA DI PALADINI E PITTURE DELL’ OPERA DEI PUPI NEL FOYER DEL TEATRO con spettacolo LA PAZZIA DI ORLANDO rappresentato dai PUPARI DELLA FAMIGLIA BUMBELLO

mag
23
gio
LA MECCANICA DELLA GRANDEZZA
mag 23 @ 21:00 – 22:30
LA MECCANICA DELLA GRANDEZZA @ Palermo | Sicilia | Italia

ovvero
istruzioni per preparare all’obbedienza
scritto e diretto da
Domenico Bravo

con

Domenico Bravo

Danila Laguardia

Viviana Lombardo

Cosa spinge un uomo a nascondersi in un ambiente ristretto e isolato, concedendosi solo di quando in quando qualche boccata d’aria e consumando nello stesso luogo i pasti giornalieri e sporadici momenti di piacere fisico? Non è avversione verso la società, né un tentativo di evitare ogni relazione umana, ma un’esibizione di potere.
Sì, perché il luogo in questione non è un eremo, un posto solitario dove ritirarsi a contemplare la natura o a far vita religiosa, bensì un bunker, un rifugio blindato, sotterraneo e protetto, dal quale esercitare il dominio, trasfondere la paura, istruire all’obbedienza.
Il testo è un’analisi, non semplice, ma attenta e personale, del potere, perlopiù criminale, quello segreto eppure straordinariamente manifesto nella vita di ogni giorno, di certo il più furioso e prepotente, forte, aggressivo e incontenibile, ma anche incredibilmente mellifluo e fascinoso, ambiguo e insinuante, che non è difficile trovare perfino nelle persone più insospettabili.
Il potere esercitato dal buio, lontano dagli occhi, è probabilmente quello più minaccioso, sinistro e terrificante. Il potere di chi si eleva a divinità (si ha paura del dio che non si vede, che è il principio su cui ha basato il proprio potere ogni deriva religiosa).

Un uomo che non si considera uno “strumento della morte, non i suoi occhi vuoti, la sua falce implacabile, la sua veste nera puzzolente che sparge peste come sale sull’insalata”, ma la morte stessa.
Un uomo che si nasconde non per paura – paura di essere catturato – ma in forza dell’analogia con Dio, che nessuno ha mai visto e da tutti è temuto.

Se vedi, sai. Se sai, agisci. Se agisci, vinci. Come la malattia: se il medico individua la causa, cerca la cura. E la cura è la soluzione. Ma se la malattia resta sconosciuta, anche il medico è nei guai. Io sono la malattia.

Nel corso dello spettacolo la parola mafia non viene mai pronunciata, non per timore o per una qualche funzione apotropaica, ma per il semplice fatto che non si è ritenuto necessario usarla, dal momento che il vocabolo oggi definisce non solo chi si fregia di tale termine, ma ogni insulso gesto
che rema contro il vivere civile, contro la giustizia, contro la bellezza. E, di conseguenza, contro la vita stessa. Ma ad essa si fa spesso riferimento nella rapida esposizione di avvenimenti, nel richiamo a persone, nel gergo e nel comportamento.
Il tema è affrontato senza enfasi, ampollosa elaborazione retorica troppo spesso applicata alle messe in scena sull’argomento, ma con ironia, a tratti con la violenza che la materia sollecita, persino con spunti comici (ma si tratta più di quella forma di umorismo nero che nasce dal cinismo), nonché con toni spesso grotteschi.
In scena, un’enorme scatola, che è insieme il fortino segreto e il sarcofago garante di morte, dove vive e agisce non visto il protagonista, attorno al quale si muove la moglie, assalita da incertezze e pentimenti, entrambi vaghi, equivoci, sospetti, e un’agente di polizia, un tutore della
legge che, forse, ben poco potrà contro il potere e le sue seduzioni.