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di Corrado Alvaro

regia di Giuditta Lelio

aiuto regia Virginia Alba

con Leandro Amato, Simonetta Goezi, Gennaro PiccirilloAntonietta De Lorenzo, Sebastiana Eriu, Sebastiana Eriu

Arrangiamenti Pasquale Augello
Scene Gulgielmo Barbaresi – Vincenzo Fornaia
Costumi Carmela Maniscalco
Coreografie di Aurelio Gatti
Produzione: Teatro Lelio 

Il focolare centrale è l’elemento sempre presente in scena: il fuoco rassicurante, purificatore, inquietante, divinatorio, intorno ad esso si snoda la storia, si consuma la tragedia.
Tragedia rivisitata da Corrado Alvaro e riscritta mantenendone vivo il mito e la funzione antica. L’originalità di questa versione consiste nella trasformazione più terrena e quindi umana dell’ambientazione, dei personaggi e, prima fra tutti di Medea, vista da Alvaro e interpretata da Giuditta Lelio, come spogliata della terribilità voluta da Euripide.
Gli attimi più suggestivi, più magici e dannati sono sostenuti dall’appoggio musicale di un percussionista che, quasi inconsapevolmente, fa sostenere al pubblico il ruolo di coro della tragedia greca. I costumi semplici, con pochi tratti ricreano l’antica ambientazione, sette attori in scena ci fanno assistere ad un impegnativo lavoro dove regna la parola e l’emozione.

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Il personaggio di Medea, o se si vuole, il suo mito per alcuni negativo ha ispirato parecchi scrittori, poeti, artisti e musicisti, non solo per i valori che si mescolano in un contrasto quasi artaudiano nella tragedia di questa donna fuori dal comune di tutti i sensi, ma per quei problemi che investono il suo essere donna, il suo essere moglie e madre, i suoi rapporti familiari visti in dettaglio e la tragica uccisine dei propri figli.
Pur attingendo le sue scaturigini dal mito degli “Argonauti”, l’eroina, la donna, la madre e la moglie assumono connotazioni diverse nelle opere di famosi scrittori che, affascinati da questa atipicità della figura femminile, ne hanno perpetuato le vicende articolandole in modi diversi, ma non tradendo gli elementi di quel nucleo centrale a cui abbiamo accennato.
Se il teatro greco di Siracusa continua a produrre “Medee” su “Medee”, mettendo in scena la tragedia di Euripide, possiamo citare altre visioni poetiche e teatrali di questo “mito-antimito”.8
Fu Seneca che scrisse una Medea in cui domina la “supernatura” della maga.Occorre ricordare il famoso Zorilla che scrisse “les incantos de Medea”, accentuando i caratteri magici della donna.
Il grande Corneille ne scrisse una squassante versione nel 1635 e G.B. Niccolini diede alla sua Medea di impronta romantica, nel 1813 i caratteri di una orrenda grandezza. E’ il fato che domina la Medea di Grillparzer sempre dell’ottocento. Anche nel XX secolo Medea continua ad ispirare altri scrittori. Se ne interessano il francese Lenormande che scrive una tragedia dal titolo roriginale “Asie” con chiari caratteri psicoanalitici, mentre Anouilh ne presenta una variazione sul tema della felicità rifiutata con la vittoria dei corrotti sui puri nel 1953.Maria Callas, con una possente interpretazione ha rinverdito il mito di Medea nel melodramma di Cherubini, ma anche lo schermo non lo ha disatteso. “La lunga notte di Medea” di Corrado Alvaro(1949) si situa storicamente fra l’opera di Lenormande e quella di Anouilh, dando una serie di sfaccettature e di connotati del tutto originali, non solo alla figura dell’eroina, o se si vuole dell’antieroina, ma risolvendo a modo proprio, estremamente moderno,le vicissitudini della maga colchidea.
Per comprendere i risvolti di questa piece, la sua modernità, i suoi spunti di riflessioni e di emozione occorre conoscere, sia pur brevemente la storia di questa donna straordinaria, come ci viene presentata da scrittori dell’antica Grecia, come Pindaro, Eschilo, Apollonio Rodio, Apollodoro e in qualche poema omerico, come “Ritorni”. Altre fonti sono rappresentate da figure su buccheri, vasi e crateri dell’epoca che accentuano la mediterraneità che Alvaro ha dato, anostro parere all’opera.
Medea, figlia di Eete, re della Colchide, mago e fratello di Circe, aiutò Giasone ad impossessarsi del Vello d’oro che il re custodiva, essendosi perdutamente innamorata del giovane eroe, il quale, a sua volte, era andato alla conquista di questo vello per ordine di Pelia, re di Iolco, che dopo avere spodestato il padre di Giasone, Esone, gli ordinò questa impresa per potere avere il tesoro di Eete: Medea, per amore di Giasone, tradisce il padre, fa sì che Giasone riesca nel suo intento, lo sposa e ha con lui due figli. Da qui prendono la stura le varie Medee fra cui quella che il pubblico del Teatro Lelio vedrà nell’interpretazione e nella reia di che Giuditta Lelio ha voluto realizzare con una esegesi drammatica e con arte particolare , riprendendo l’opera di Alvaro che contiene elementi di una modernità che lascia perplessi , pur non tradendo , anzi configurando in modo particolare gli aspetti di questo mito a cui Giuditta ha fornito una drammaticità forse inusuale, ma di uno spessore e di un taglio che non possono non lasciare perplessi.

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 Giuditta si è posta un problema, ci pare: Non basta rappresentare anche a dei giovani un fatto o una serie di fatti per conquistare o sdegnare un pubblico attento, giovane di pensiero e di cuore. Occorre, e lei lo ha fatto, lanciare messaggi, suggerire soluzioni e stati d’animo, variegare le diverse vicissitudini attraverso il giudizio che una dialettica ideale, esistente tra platea e scena, perfezionerà in ogni spettatore, dando luogo a tante “Medee” quanti sono gli spettatori che recepiscono con i loro caratteri particolari gli impulsi aperti che la Lelio darà. Ebbene ci pare opportuno quindi, in questa sede, dare una chiave di lettura di questa Lunga notte di Medea. Medea e Giasone vivono insieme a Corinto, dove regna Creonte, simbolo greco del potere incontrastato. Giasone, però, già eroe per merito di Medea, vuole essere re e non esita a ripudiare la maga per sposare Creusa, figlia di Creonte , diventando l’erede al trono di Corinto. Medea è invisa e temuta dai corinzi per le sue doti magiche, ma anche per avere tradito il padre ed avere ucciso il fratello al fine di favorire Giasone.Questa Medea d, donna di azione, di determinata fierezza e di grandi poteri,pur accentuando i caratteri di un femminismo che si riscontra anche in Euripide, desidererebbe una vita tranquilla e serena, magari dedita solo alla casa. Ma la maga è però prigioniera del suo ruolo e a lei si piega anche l’astro lunare che ne riconosce la forza e la potenza.

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Davanti all’ostinazione di Giasone, e alla iattante prepotenza di Creonte, Medea sembra che ceda, obbedendo al decreto che la bandisce dalla città affinché ella non costituisca più pericolo per la coppia che sta per formarsi e di cui lei potrebbe costituire un ostacolo, anche per la vita dei due figli.Ma rimanendo perplessa per il fatto che Giasone voglia con sé i loro figli, invia a Creusa uno scrigno contenente una corona che la nutrice aveva posato davanti ai figli di Medea che intanto si erano prostrati davanti a Creusa. Infatti la corona donata manda su tutte le furie Creonte e sconvolge la giovane Creusa:ella si rende conto del male che sta facendo ai bimbi e Medea e, giovane, innocente e pura si turba al punto da arrivare al suicidio. I figli , di cui Giasone si impossesserà, vengono assaliti dal popolo infuriato contro la maga e Medea, a cui la nutrice impaurita li riporta, preferisce ucciderli anziché vederli preda de feroci corinzi. Nell’opera di Alvaro tutti rimangono sconfitti : Creonte e Giasone che hanno vissuto il potere come strumento di morte e Medea, che, priva di ogni affetto, andandosene, conclude con la frase: “Solo gli dei sanno chi per primo ha fatto il male2 Alvaro ha dato a quest’opera poetica e tragica ad un tempo, un taglio particolare di cui forniamo solo qualche suggestione .Medea è costretta ad uccidere i figli come in una sorta d eutanasia, ma ella non uccide Creusa col peplo, avvelenato come in Euripide. La maga non va verso il Sole, sfruttando la convenzione del deus ex machina, ma è la Luna che le rende visita nella sua casa. Egli ha anche sottolineato il problema della diversità: Medea barbara, i greci civili…Viene così lumeggiato un razzismo non ancora debellato. E i diversi usi familiari, i “ruoli” familiari, vengono dall’autore sottolineati nella costrizione che una donna libera come Medea mal tollera. L’opera suggerisce una umanità più intensa in Medea, da altri considerata più determinata e feroce, ma qui più insicura e spesso anche spaurita. Le viene conferita dalla Lelio un’ umanità che arriva anche alla trepidazione, alla paura, all’angoscia, pur nella fierezza apparente del suo essere e domandiamo qui al pubblico e a noi stessi fino a che punto ella sia una donna che soffre per se stessa e per gli altri, sino a che puntosi articola il conflitto che ella ha con il potere e quale sarà il nebuloso, ma non certo tranquillo traguardo a cui l’eroina arriverà. Sarà il pubblico con gli elementi forniti dal palco, a portare con se’ ciascuno la propria Medea. Questo, del resto, vuole Giuditta nel rispetto della libertà di pensiero e di emozioni di ogni spettatore che è entità pensante ed emotiva autonoma e singolare.

ANTONIO GIORDANO