di Niccolo’ Machiavelli

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Regia di Giuditta Lelio

con Piero Caretto, Antonietta Carbonetti, Franco Fiorini

Un’erba sempre verde
di Antonio Giordano

mandragolaDa molti parti si è voluta inglobare la produzione letteraria e drammatica di Machiavelli in quella politica, come se questi parti letterari o politici fossero frutto di uno stesso discorso, condotto in maniera diversa, con diverse argomentazioni, ma con uno stesso fine. Questa pretesa univocità, questo voler vedere in ogni frase dell’opera letteraria riferimenti e riprove per quanto concerne il pensiero machiavelliano è aspramente riprovata anche da Antonio Gramsci che, prendendo ad esempio due articoli di Vittorio Cian e di Guido Mazzoni, critica ampiamente questa noiosa ricerca del riferimento, “ per non dire che i soliti luoghi comuni amplificati dei manuali per le scuole medie e materne “. Abbiamo voluto cominciare con questa obiezione perché ancor oggi si fanno acrobazie mentali si cercano connotazioni anomale, si guarda il copione con una lente di ingrandimento per cercare di trovarvi una comune matrice con sviluppi diversamente articolati ma, in fondo, simili nella sostanza. Per parte nostra che un po’ di teatro l’abbiamo studiato, letto fatto e veduto, le cose stanno in modo completamente diverso. Non vogliamo con cio’ dire che in Machiavelli coesistessero un dottor Jeckill e un mister Hyde, ma ci rifacciamo alle stesse dichiarazioni del Segretario Machiavelli il quale racconta quanto amasse “ingaglioffirsi” e svestire i panni curiali per dedicarsi alle attività ridanciane e popolaresche che davano una carica alle sue geniali elucrubazionii in tema di politica. Qualcosa di comune fra scritti politici e scritti letterari in verità c’è: si tratta di quel genio e di quella forza di penetrazione che Machiavelli profuse anche nella sua produzione drammatica, ma in modo totalmente diverso e staccato dalle mediocrità esistenti ed imperanti nel campo. Possiamo affermare, infatti, che la Mandragola emerge prepotente da tutto il teatro volgare e deteriore di quel periodo e di quello precedente, imponendosi come capolavoro di tutta la drammaturgia del Cinquecento. “ Tanto nomine nullum par elogium “ si legge sulla sua tomba in Santa Croce e non crediamo che ciò riguardi solo gli scritti politici o storici. Se le commedie volgari e banali, fossero anche di grandi autori come l’Ariosto o Bruno, portavano alla grassa risata o al connotarsi di quella farsa in cui ogni cosa poteva esser contenuta (farsa viene da farcire) Machiavelli non si abbandona mai a scene buffonesche, a scambi di persona, a volgarità gratuite e a tutti quegli espedienti di cui è pieno anche il “Decamerone” e che costituiscono gran parte di quel teatro comico dell’antica Roma, in cui, con tutto il rispetto, sguazzano Plauto e Terenzio. Peraltro, per quanto riguarda Boccaccio, vogliamo far notare che una cosa è raccontare, ma ben altra è rappresentare e che, se il Decamerone può costituire una fonte, essa lo è solo nei modi che specificheremo più avanti. Quindi, pur senza raccontarne la vicenda (non è compito nostro) osserviamo le caratteristiche peculiari della Mandragola. Il vecchio Nicia, impotente ma voglioso di prole, vuole un figlio dalla moglie Lucrezia. In effetti si tratta di un’iperbole ma persone che stanno intorno a lui cercano di “aiutarlo” per trarne vantaggio, secondando la voglia del vecchio, e la passione di un giovane, Callimaco, per la bella moglie di Nicia, donna Lucrezia. Tutti si adoprano per “ contentare “ Nicia. Ligurio, un ruffiano che cerca guadagni, Frà Timoteo, il confessore che accetta la lauta mercede offertagli per farne “limosina” ai poveri, Sostrata, madre di Lucrezia, anch’ella donna senza scrupoli. La mandragola, dicono a Nicia, è un’erba miracolosa che conferisce a chi ne beve la pozione, una grande fertilità. Vi è però, un inconveniente: dopo che essa è stata bevuta, la prima persona che avrà rapporti sessuali con chi l’ha assunta, morrà.Dapprincipio Lucrezia recalcitra a questo volgare inganno nei confronti del marito, ma è spinta da tutti, perfino dal vecchio e stolido Nicia, a piegarsi all’espediente. Guarda caso, un “garzonaccio” , che altri non è se non Callimaco, si presenta in casa e l’organizzazione diventa perfetta. Al contrario di quanto avviene nella commedia precedente e in quella rinascimentale, nulla è affidato a strani e stravolgenti casi, a comicità grasse, a tutto ciò che, invece, connota il genio comico ma sguaiato della Lena o della Cassaria di Ariosto ovvero di quel teatro di Plauto e di Terenzio nel quale anche la Casina dello steso Plauto sembra somigliare nei contenuti all’opera di Machiavelli, ma se ne discosta vistosamente. Sembra, a prima vista, che vi sia una somiglianza, una derivazione da Plauto in Machiavelli che, in effetti, aveva scritto prima una Clizia. Osserva però il Ferroni: “A differenza di ciò che accade alla giovane Lucrezia, al vecchio Nicomaco della Clizia non è possibile mutar la natura: alla comicità sarcastica e irriverente della Mandragola se ne sostituisce una più amara, che sembra adeguarsi al senso comune, ai valori morali e familiari, ma in realtà intende quell’adeguamento come sconfitta”. Né si può paragonare Lucrezia all’Alemena platina di Anfitrione. Ciò per due motivi fondamentali: primo, perché Alemena non sa di consumare adulterio ed è quindi in estrema buona fede; secondo perche’ Machiavelli rifugge dai travestimenti e dai prodigi di due dei senza morale , conferendo gli utilitaristici mezzi di truffa ad uomini e ai”vizi” che essi portano ineluttabilmente in se’. Se e’ vero coe abbiamo ipotizzato , che Machiavelli attinge al Boccaccio , questa fonte e’ piu’ dialettica e di costume che sostanziale. Fra’ Timoteo e’ ad esempio, in fondo uno dei tanti fratacchioni del Decamerone, ma, come osserva Rocco Montano:”Machiavelli si diverte di piu’ a presentare un tipo di monaco che e’ una mescolanza finissima di insensibilita’ morale, di gusto della beffa e di grossolana pieta’. D’altronde l’azione drammatica impone uno studio tridimensionale dei personaggi, almeno per Machiavelli. Lo stesso De Sanctis vede nel frate, a differenza della schietta ironia del Boccaccio “una figura scandalosa, volutamente ritratta dall’autore per colpire il monasticismo corrotto”. Forse Machiavelli lo avra’ anche fatto, ma, secondo noi , senza nessuna intenzione cattiva o precostituita, solo per caratterizzare umanamente un personaggio in carne ed ossa. Sta di fatto che ne viene fuori un’opera assolutamente originale, inossidata e inossidabile, resistente all’incuria del tempo. Come abbiamo scritto in altri contesti, la commedia , ove non contenga quei contrasti e quei giuochi di un comico che resta tale anche con lo scorrere del tempo(si veda il saggio sul riso di H.Bergson) E’ destinata a perire, ad essere irrimediabilmente datata e inattuale. Se ci si annoia nell’assistere ad una farsaccia medioevale e ad opere successive che incentrano questa comicita’ sul contingente e su cio’ che e’ implacabilmente fisso in un tempo, la Mandragola di Machiavelli spazia nelle epoche, sfugge all’episodico, penetrando, con una recitazione sobria e misurata, nei vizi, nelle ambizioni e nelle voglie che, se pur ancestrali, continuano e continueranno ad essere più che mai peculiari nell’animo e nei comportamenti umani. L’edizione che vedremo è curata da Giuditta Lelio, ultima discendente e custode dei segreti scenici del famoso comico del ‘600, Luigi Riccoboni, detto Lelio, il quale scrisse anche una pregevole “Histoire du theatre italien” pubblicata a Parigi nel 1731. Ai Lelio si riconosce il ruolo di maestri della commedia e ad essi attinsero perfino Moliere, Marivaux e Goldoni. Si tratta quindi di un avvenimento da non perdere.