PERCHE’ LELIO di Salvo Licata

Un nuovo teatro a Palermo. Teatro Lelio. Se nel nome è l’essenza delle cose, in nomine res, si può dire che ci son voluti tre secoli perché aprisse, ancora fresco di intonaco, in questa primavera del ’90. In effetti ci son voluti poco più di quattro anni, ma è ugualmente una restituzione che giunge dalla vertigine del tempo, portatrice di una memoria scenica sommersa e preziosa, che muove dal cuore di quella grande scuola di teatro, che fu la Commedia dell’Arte. Per un intrico della storia e delle famiglie d’arte, il Teatro Lelio vede la luce inopinatamente da noi. Inopinatamente, perché Palermo, nella Commedia dell’Arte, non ebbe gran parte. Una rifrazione nostrana furono forse le settecentesche Vastasate, farse recitate da popolani nei casotti di legno al Piano della Marina. Ma il grande teatro contemporaneo si sperimentava tra Napoli, Venezia e Parigi tra i comici dell’arte. Che non erano soltanto attori, ma, nelle espressioni più alte, anche autori, registi, studiosi. Tanto da lasciare un patrimonio pressocché insondabile di testi drammaturgici e di riflessione sul fare teatro. E questo è anche il caso dei Lelio. Sin dalla seconda metà del seicento in Italia, e, lungo tutto il secolo dei lumi a Parigi, operò una famiglia di attori veneziani, i Riccoboni, che in comunanza con l’intellettualità francese, tentò una prima riforma del teatro d’arte. I Riccobboni portarono tra 1’altro a un grado di eccellenza il tipo Lelio, ossia la maschera Lelio, carattere dell’amante riamato, del corteggiatore corrisposto, del Don Giovanni senza inferno. Prima Luigi, poi Antonio (Riccoboni-padre e Riccoboni-figlio, meglio: Lelio-padre e Lelio-figlio) diedero vita a un personaggio talmente vivo e coinvolgente, da spingere alla scrittura drammaturgica Marivaux. Le loro dispute teoriche (vale a dire le divergenze tra Lelio-padre e Lelio-figlio sull’arte della recitazione) suscitarono d’altra parte il famoso Paradosso suII’attore dell’enciclopedista Denis Diderot, ritenuto la radice delle teorie brechtiane dell’estraniazione, oltre che un gioiello affascinante di lettura. Cosi il carattere Lelio, di recita in recita, acquistò tale rilevanza, da sovrapporsi e sostituirsi al nome degli interpreti e a quello della famiglia. Le generazioni successive dei Riccoboni e di tutte le ramificazioni infinite, assumendolo a identità, lo conserveranno come nome di culto, a indicare l’aristocrazia del teatro d’arte. Trecento e passa anni dopo, una Lelio, palermitana d’adozione, realizza il sogno di aprire un teatro e di intestarlo alla maschera Lelio e alla storia di una famiglia d’arte. Un’impresa, come vedremo, tutt’altro che comoda.

Una sera dello scorso agosto vennero a trovarmi Giuditta Lelio ed Enzo Pandolfo. Chi in Sicilia si occupa di teatro sa chi sono. Da anni, non voglio nemmeno pensare quanti, lei da attrice e regista, lui da organizzatore, animano la Compagnia del Gruppo Teatro-Scuola. So che lo fanno con garbo e senza clamori. Varie volte, nel tempo, ci eravamo scambiati punti di vista sul teatro e reciproci desideri di fare qualcosa insieme. Un modo di sognare ad occhi aperti, che è molto diffuso nell’ambiente. Ma questa volta portavano qualcosa di molto concreto, una cosa per me strabiliante: un nuovo teatro, e già, in sostanza, fatto. Mi raccontarono della lunga vicenda per prendere (in affitto) e trasformare in teatro un vecchio cinema in disarmo, che io conoscevo bene. Mi parlarono di sacrifici (che so autentici), che duravano, allora, da quattro anni. E mi chiedevano di collaborare, adesso che il teatro c’era. La loro presenza mi sembrò un dono, e mai al mondo avrei fatto lo schizzinoso. Ma la verità era, ed è, che avevo ed ho le mie tante cose da fare. Agosto costituiva in parte una pausa, una vacanza, nel lavoro estivo con Carlo Quartucci e la Zattera di Babele (1e Giornate delle arti ericine). Si sarebbe ripreso a settembre. Luglio era stato occupato, posso dire spasmodicamente, dalle prove conclusive e dalle rappresentazioni dei Giganti della montagna, punto d’arrivo (ma con Quartucci non si sa mai) di un Progetto-Pirandello, durato due anni. Avevo negli occhi “1e immagini vive” della struggente parabola pirandelliana sull’Arte. Giuditta ed Enzo mi apparvero come una domestica reincarnazione di Ilse Paulsen e del Conte suo marito, che nei Giganti si riconducono allo stremo, per l’ostinazione di lei, a voler rappresentare solo e unicamente il teatro di poesia. Lo dissi loro. E cominciò a srotolarsi davanti ai miei occhi la storia che vi sto raccontando. Giuditta ricordò il suo arrivo a Palermo come attrice giovane (anzi giovanissima) nella compagnia del Piccolo Teatro di via Emerico Amari, voluto e sostenuto negli anni cinquanta, dall’onorevole Pietro Castiglia, che per il teatro aveva amore e competenza. E il suo incontro con Enzo, che, come il Conte dei Giganti, allora faceva tutt’altro che teatro. E il loro amore, il matrimonio, la venuta dei figli Alessandro e Simona. E ancora i lunghi, discreti anni del Gruppo Teatro-Scuola, gli spettacoli, le tournées all’estero, sino a questa follia di trasformare in teatro il vecchio cinema Eden. Il cinema Eden era una sala di seconda visione, situata in una strana periferia. Strana, perchè di sera odorosa d’erba, anche se vicinissima al centro. Mi tornò alla mente via Furitano ariosa, con la vista libera sopra le basse palazzine color tegola di un vecchio insediamento di edilizia popolare. Ricordai, posso dire “sentii”, l’odore di detersivo che mi investiva all’ingresso quando andavo a beccare qualche buon film che mi era sfuggito in prima visione. Com’era stato possibile farne il teatro, un teatro certamente splendido, di cui Giuditta ed Enzo mi dicevano? Con quattr’anni di dedizione, rinunce. Rimuginavo una battuta di Spizzi dei Giganti su Ilse: “Voi non sapete il martirio di questa donna!”. Da prendere, beninteso, con un certo spirito. Ma da prendere.

Le nostre serate dImg01-p4‘agosto si ripeterono. Giuditta aveva una sorta di ardore frenetico, convinta di aprire ad ottobre, massimo a novembre, convinta di poter fare regolarmente la stagione ’89-’90. Non immaginava che ritardi d’ogni tipo (burocratici, finanziari, di forniture) l’avrebbero costretta a una coda di stagione. Intanto si era delineato un mio possibile apporto nella cura del programma di sala. E perciò stesso nella stesura della storia dei Lelio, che è questa che state leggendo. In quei giorni un’altra Lelio era impegnata nelle prove della Medea di Seneca al teatro greco di Segesta. Era la zia Anna, sorella della mamma di Giuditta, Italia. Anna Lelio, che vi ricopriva il ruolo della Nutrice, insieme a Paola Mannoni in quello del titolo, sarebbe stata poi la più acclamata dal pubblico e dalla critica. Andammo a vedere provare Anna, e dopo le prove si restò insieme fino a notte in una trattoria di Castellammare. Li, tra i ricordi personali di Anna e il folto patrimonio dei miti familiari, affiorò per grandi linee la ricostruzione della vicenda dei Lelio. Una ricostruzione che, per quanto attiene alle origini, è consegnata alla storia del teatro italiano ed europeo; e che, nel proseguimento sino ai nostri giorni, ha un’interruzione dovuta a eventi (e che eventi) storici e molte pagine di passione e fulgore.

Img02-p5Lo studioso Xavier de Courville, che cura la voce Riccoboni nell’enciclopedia dello spettacolo della Siae, individua il capostipite della famiglia d’arte in Antonio, che, divenuto attore per caso, dirige la compagnia del Duca di Modena, e, che per ben quarant’anni, fa con grande maestria la maschera di Pantalone. Siamo nella seconda metà del seicento e ancora di Lelio non si parla. Il primo e il più grande Lelio dei Riccoboni (anche altri, come l’Andreini, lo avevano fatto e reso popolare) fu il figlio di Antonio, Luigi Andrea, nato a Modena nel 1676 e che morì a Parigi nel 1753. Luigi approda in Francia nel 1715, quando, morto Luigi XIV, è possibile il ritorno degli attori italiani a Parigi. La Troupe des italièns recita all’Hotel de Bourgogne. Luigi aveva fatto l’apprendistato nella compagnia del padre e giovanissimo aveva maturato un rifiuto di certa sciatteria della commedia dell’arte, oscillante tra la farsa grossolana e la tragicommedia spagnola. Già in Italia si era rivolto ai testi d’autore (Maffei, Molière, Ariosto). Adesso in Francia, dove porta a livelli di alta dignità scenica il tipo Lelio, scrivono per lui una miriade di autori francesi poi cancellati dall’oblio. Ma tra di essi c’è anche un genio assoluto, Pierre Carlet de Chamblain de Marivaux. Nelle varie surprises de l’amour il personaggio centrale i Lelio. Nel 1726 Luigi ha cinquant’anni ed è stanco della pratica di palcoscenico. Da allora alla morte si dedica alla sua passione parallela, gli studi sul teatro. La sua posizione teorica i vastissima e considerata dagli esperti di altissimo livello. L’Histoire du thèâtre italien (Paris, 1728) è tuttora una fonte irrinunciabile per gli studi sulla commedia dell’arte. Nell’Arte rappresentativa (London 1728) si occupa della formazione dell’attore e fissa nella sincerità i principi della recitazione: l’attore deve dimenticare se stesso e il pubblico e vivere il personaggio. Nella Reformation du thèâtre (Paris 1743) delinea quella che poco più tardi sarà la riforma goldoniana, il rigore dei testi scritti contro la recitazione all’improvviso, un teatro in versi senza maschere. Nel già citato anno dell’abbandono (1726) gli subentra come capocomico il figlio Antoine Francois Valentin, che era nato a Mantova nel 1707 e che morì a Parigi nel 1772. E questi Lelio-fils, che verrà ricordato soprattutto per il lavoro teorico. Nell’Art du thèâtre, riprende e ridisegna i principi del padre sulla recitazione. D’accordo sulla sincerità, ma nel totale dominio dei mezzi tecnici. Denis Diderot era assiduo agli spettacoli des italièns e nelle Oeuvres complètes cita le discussioni sulla tecnica teatrale con Madame Riccoboni, Marie Jeanne de la Boras, moglie di Lelio-figlio. Il Paradoxe sur le comèdien (Paris 1770) nasce da questa frequentazione e dalle dispute tra Lelio-padre e Lelio-figlio. In che consiste il paradosso? “E’ l’estrema sensibilità che fa gli attori mediocri; è la sensibilità mediocre che fa l’infinita schiera dei cattivi attori; è l’assoluta mancanza di sensibilità che prepara gli attori sublimi”.

Il secolo dei lumi si chiude con ben altro tipo di attori e di teatro. Verosimilmente dispersi dalle furie della Rivoluzione francese, della troupe des italiens e dei Lelio perImg04-p7 decenni non si trova traccia. C’è un vuoto che si estende fin quasi alla prima metà de11’800. Ed ecco, intorno al 1840, un Giuseppe Lelio, maestro di Cappella alla Corte di Napoli. Da questo momento, per sei generazioni sino alla nostra Giuditta, la storia dei Lelio riacquista un suo profilo preciso. La Francia, l’Hotel de Bourgogne e le opere di Lelio-padre e Lelio-figlio sono memoria storica, orgoglio di famiglia, sentimenti incisi in un ideale stemma di discendenza. All’ombra dei Borboni, il varco in Sicilia i aperto. Ormai l’attività dei Lelio si svolgerà per buona parte anche in Sicilia e la loro storia si intreccerà con quella di molti siciliani, nobili e non, gente d’arte e gente estranea all’arte. E’ il caso d’accennare al fascino che esercitavano gli artisti sui borghesi. Per secoli la Chiesa e lo Stato, in combutta tra loro, emisero bolle, bandi, editti e anatemi contro i comici, considerati sorta di stregoni e contro le compagnie teatrali viste come sette. Gli attori non potevano essere seppelliti in terra consacrata, non c’è chi non lo sappia. IlTaviani “Fascinazione a Teatro”, edizioni Bulzoni) riporta, fior da fiore, alcune di queste invettive. Quel che veniva considerato insopportabile dal potere del tempo era soprattutto la presenza in scena delle donne, intente a rappresentare i sentimenti umani, sino all’amore e alla lasciava (sic!). Il Cocchiara, nel suo studio sulle Vastasate (Palermo, 1926) ricordava come molti rampolli di buona famiglia si consumarono dietro le attrici dei casotti al Piano della Marina. Tornando ai Lelio, i matrimoni e le conseguenti ramificazioni dilatano a dismisura le discendenze di questi ultimi centocinquant’anni. Per necessità di fatto abbiamo perciò seguito più direttamente la linea che porta a Giuditta. 11 Giuseppe Lelio musicista dei Borboni sposa una Franzoni primattrice e capocomica della omonima compagnia, che dal nord scese a Napoli per recitare alla Corte. Dalla loro unione nasce Domenico, detto anche il Franzonello. Con lui il teatro torna ad essere l’attività primaria dei Lelio. Domenico sposa un’attrice tedesca, Carlotta Richard. Con lei forma compagnia e agisce anche in Sicilia. Muore a Scicli, dov’è sepolto, nell’ultimo scorcio de11’800. Carlotta muore a Palazzo Adriano, in provincia di Palermo, durante una tournée ed i sepolta in quel cimitero.Da Domenico Lelio e Carlotta Richard nascono molti figli, il maggiore dei quali è Giuseppe, che formerà una sua compagnia. Allora il repertorio era vastissimo. Una compagnia di giro sostava per mesi in una piazza ed era in grado di cambiare spettacolo ogni sera. I generi erano dei più diversi: si passava dal dramma alla commedia, al vaudeville, alla parodia del melodramma, alla farsa. Giuseppe sposò Antonietta Ferro, danzatrice palermitana, che agiva in trio con altre due sorelle, una delle quali, Mariannina, sposò un Libassi attore siciliano specializzato nella maschera di Pasquino. Giuseppe è seppellito a Palazzolo Acreide. Da lui e da Antonietta Ferro nacquero Alfredo, Domenico, Eduardo e Carlotta. Alfredo sposò Paola Ferrara, figlia di un sarto di Vittoria, che era entrato nell’arte. (Nonna di Paola Ferrara era Clotilde Garzes, di una grande famiglia di attori romani. Il dettaglio, qui inspiegabile, ci servirà più avanti, quando riincontreremo questo nome e la sua dilaniante vicenda). Alfredo Lelio e Paola Ferrara hanno molti figli: Giuseppe, Italia, Elena, Giulia, Anna e Antonietta, morta bambina. Di questi nomi dobbiamo metterne a fuoco tre: Italia, madre di Giuditta; Anna, ovvero zia Anna, attrice ancora felicemente sulla breccia, incontrata precedentemente in occasione delle prove di agosto di Medea a Segesta; e zia Giulia, rimasta senza figli, e sostituitasi per anni alla sorella Italia, impegnata nella compagnia di Angelo Musco, nell’accudire Giuditta bambina. Il secondo dei figli di Giuseppe Lelio e Antonietta Ferro. Domenico, seppellito a Melilli, sposa Giuditta Morosi, di una famiglia di attori bresciani, in precedenza lanieri. Anche Domenico ha un figlio che chiama – come il padre – Giuseppe e che è il padre di Giuditta. Giuditta è pertanto figlia di due primi cugini (Italia figlia di Alfredo e Giuseppe figlio di Domenico). Un’altra figlia di Domenico i Antonietta, che muore a sedici anni. Nella famiglia, considerati anche casi di altre Antoniette morte bambine, il nome suscita panico. Il terzo figlio di Giuseppe Lelio e Antonietta Ferro, Eduardo, si sposa con una ragazza di Palazzolo Acreide. I loro figli, Giuseppe, Clara, Fernanda e Dino lavorano a vario titolo in teatro. Il quarto, Carlotta, si sposa con un Marrone attore siciliano. Nasce Giuseppe Marrone, altro nome che incontreremo tra non molto.

Venire a capo di questa seconda parte della storia dei Lelio non è stato facilissimo. Giuditta, che dispone ai un vasto patrimonio di cimeli paterni (copioni, contrattiImg05-p8, vestiario), i dovuta ricorrere a chi ha una memoria più lunga della sua. In particolare: alla zia Giulia e al cugino (cugino in effetti del padre) Giuseppe Marrone. Da loro sono venuti anche frammenti, episodi, aneddoti di grande, palpitante interesse. Di cui trascriviamo qualche passo. Da una nota di zia Giulia Lelio ricaviamo che la bisnonna di lei Clotilde Garzes, nata da Francesco (figlio di un protonotaro apostolico) e da una nobile romana, Maria Pompili, ebbe sorte travagliata, al pari dei drammi in scena. Francesco aveva presto “tradito” l’austera professione paterna, attratto dal teatro. Nel tempo i Garzes si imparentano con gente d’arte e non: gli Almirante, i Campagna, gli Arcidiacono, i Ferrara, i Marcellini, i Lelio… Di un altro Francesco, nipote di Clotilde, figlio del fratello Luigi, si ricorda in famiglia che si suicidò, perchè, “fanatico della messinscena fece molti debiti”. E Clotilde? “Clotilde sposò un certo Campagna, che non era dell’arte e che la lasciò per correre dietro a una ragazza. Hanno avuto due figli. Angelo e Giulia, nostra nonna materna… La nonna Giulia raccontava che la madre Clotilde Garzes, lasciata dal marito, s’ammalò di malinconia, piangeva sempre e non riusciva a fare niente. Tanto che la nonna Giulia con il fratello Angelo, per non morire di fame, se ne andavano in campagna a raccogliere more, che vendevano in piazza un soldo al piatto. Nonna Giulia soffri tanto da bambina, che quando da grande, mentre recitava in un paese, le dissero che s’era presentato in teatro un uomo che diceva di essere suo padre e che desiderava vederla, lei rispose: “Mio padre? Quest’uomo è un cialtrone. Mio padre i morto”. E oltre: “Angelo Campagna, fratello della nonna, sposò la cugina Giulia Garzes Almirante, in arte Verdirosi. Ebbero 4 figli: Luigi, Arturo, Vittorina e Jole. Vittorina ha sposato un Arcidiacono attore siciliano e non hanno avuto figli. Jole ha sposato Tommaso Marcellini e non hanno avuto figli”. Una curiosità: la compagnia Jole e Tommaso Marcellini nel 1917 rappresentò al teatro Olympia di Palermo (nel dopoguerra divenuto cinema, in via Libertà, angolo via Torrearsa, oggi non più esistente) la commedia scritta a quattro mani da Pirandello e Martoglio “Voculanzicula”.

Img06-p9Diamo la parola al “cugino” Peppino Marrone, che in un suo autografo (che egli stesso definisce “brogliazzo di bordo”) appunta quello che ha sentito raccontare dai suoi “maggiori” dell’avo Domenico Lelio Franzoni. Quanto fosse grande lo testimoniava Giovanni Grasso, che, bambino, aveva avuto modo di vederlo recitare a Catania, scritturato dal padre, proprietario di un teatro. Giovanni Grasso diceva che nel dramma “Il lupo di mare” gli “faceva arrizzari li capiddi!”. E ancora: “Sempre il sullodato Domenico Lelio Franzoni aveva però un caratteraccio. Non sopportava i nipoti. Urlava spesso. “Nel periodo che la compagnia Lelio Franzoni trascorse al Castello di Donnafugata (sarà bene chiarire che questa Donnafugata non ha niente a che fare con la Donnafugata del Gattopardo), il senatore del Regno, Arezzo, barone di Donnafugata, non permise mai che il vecchio Domenico Lelio Franzoni pranzasse a capo scoperto, come il resto dei commensali facevano, fra cui, oltre al resto della compagnia, c’erano spesso onorevoli che venivano da Roma e uomini politici che venivano da Ragusa e da Palermo, nonchè sua sorella la duchessa D’Albafiorita o i nipoti, principi di Castellacci, che poi morirono nel terremoto di Messina, sprofondando nelle scuderie, straziati dai cavalli pazzi di terrore”.
Dopo un’immagine tanto funesta, un aneddoto lieve e gioioso. “I nostri per un certo periodo diedero anche dei vaudevilles e delle parodie di opere allora in voga. C’erano le voci: il nonno Peppino, la sorella Caterina, Nennele, Marrone-Alselmi ecc… Ebbene, accade che a Ragusa superiore si dava il Faust di Gounaud e a Ragusa Ibla i nostri davano la parodia. Ci credi? Da Ragusa superiore venivano a Ibla per sentir cantare come si deve”. Un altro frammento della ziaGiulia, nel quale il ricordo, partendo dal padre Alfredo, “tocca” un Vitaliano Brancati poco più che ragazzo. “A Pachino Alfredo Lelio passava molte ore nella farmacia di Corrado Brancati, uomo colto. Lui univa la passione per la chitarra e la musica operistica. Era zio di Vitaliano, che Alfredo Lelio ebbe il piacere di frequentare data la grande amicizia che univa le due famiglie.

“Era all’inizio della sua attività di scrittore, affabile e comunicativo, dotato di fine umorismo, ma poco considerato (allora) per il suo modo di scrivere originale egiuditta56 ardito, che usciva dagli schemi morali dell’epoca”. A Pachino (e ancora una volta torniamo a Giuditta) si sposano nel ’35 Italia e Giuseppe Lelio, primi cugini come s’è ricordato. Di aspetti sorprendenti ce n’è più di uno. La festa viene fatta in casa Brancati e gli sposi, alla fine, andranno ciascuno per proprio conto, nelle case dei rispettivi genitori. Per vivere insieme bisognava aver pazienza. Ma vediamo come rievoca questo tratto della storia zia Giulia: “A Pachino Italia Lelio sposò il cugino. Era bellissima nel suo abito a velo bianco. Sposò di sera e la chiesa era piena di luci e di fiori. La festa si svolse in casa dei Brancati, spumante e balli e canti a profusione. Finito tutto, gli sposi se ne andarono ognuno nella propria casa, perchè dovevano aspettare, secondo l’usanza corrente, tempi migliori per poter vivere assieme”. A questo proposito Giuditta ha una sua spiegazione, o meglio, una sua integrazione: i nuovi sposi avrebbero cominciato a convivere nella piazza successiva, ossia quando la compagnia avrebbe toccato un’altra città. Cosa che avverrà, se è vero – com’è vero – che qualche anno dopo nascono prima Giuditta (in Puglia) e poi Paola (a Roma). A1 pari della sorella, anche Paola ha continuato con assiduità a occuparsi di teatro. Ha una sua compagnia,della quale è appunto.
Qui l’affresco potrebbe considerarsi finito se non fosse per un paio di “medaglioni” di famiglia, che sarebbe veramente un peccato lasciare nella penna. Di una Adelaide Lelio, figlia di Domenico e di Carlotta Richard (ricordate? li abbiamo incontrati a Napoli), di questa Adelaide si racconta una vicenda assai drammatica, che ricorda i modelli di certe opere teatrali dell’epoca (non escluso un particolare da Grand Guignol). Ebbene, Adelaide sposò un uomo estraneo all’arte. Sui matrimoni “misti” c’era sempre una qualche diffidenza. Ma in questo caso ogni cautela si sarebbe rivelata inadeguata ai fatti. Il marito era un barone catanese con palazzo di famiglia in via Etnea (il barone d. R.). L’uomo si rivelò presto un dissipatore. Si trasferi a Parigi, città dalla quale si faceva vivo solo per indicare quale proprietà doveva essere venduta, in modo che non gli mancassero mai i soldi. Il patrimonio fu dilapidato. Adelaide ne soffri profondamente, e ancor più dovette soffrire per la strada che imbocca il figlio. Il ragazzo prese a frequentare la malavita e mala- vitoso divenne egli stesso. Il particolare degno del Grand Guignol è il seguente: Adelaide una notte fu visitata da una banda di rapinatori, i visi occultati da bende. Uno dei malviventi, a un tratto, fece pure per colpirla. Ma si levò una voce: “La baronessa non si tocca!”. Era inconfondibilmente la voce del figlio. Miglior sorte ebbe un fratello di Adelaide, Francesco, che sposò la figlia di Giuseppe Rizzotto, l’autore della serie iniziata con “1 mafiusi di la vicaria di Palermu”. E fu un matrimonio felice. Per chiudere, una curiosità. E’ in un contratto della trisavola Antonietta Ferro, la danzatrice palermitana maritata a Giuseppe Lelio, che Giuditta pesca tra i tanti cimeli di famiglia. L’impresario i il signor Stefano Puglisi Allegra per i teatri di Messina “Vittorio Emanuele” e “Munizione”. La stagione è quella del 1871-1872, poco meno di centovent’anni fa. La curiosità consiste in uno degli articoli del contratto, il numero 15, dove “l’artista si obbliga vestirsi da uomo, tingersi la faccia, quandochè le verrà ordinato dal coreografo”.